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“Turandot”: le recensioni di Retropalco.

“Turandot”: le recensioni di Retropalco.

Il Teatro Filarmonico di Verona ha quasi 300 anni. È stato progettato dall’architetto Francesco Galli di Bibbiena, un tizio con un nome buffissimo, ma che era il più importante architetto di teatri del XVIII secolo. È passato (il teatro, non Bibbiena) attraverso un impero napoleonico, un impero austriaco, due guerre mondiali e un paio di incendi di cui uno, causato dalle bombe degli alleati, ne ha distrutto completamente la struttura. È anche passato dignitosamente attraverso gli anni ’80, cosa che non molti possono vantare.

Ma ora, e in realtà non solo da ora, il Filarmonico arranca, e insieme a lui molti altri teatri fratelli, stremati dai molti colpi inferti da amministrazioni scellerate e governi ciechi e sordi. Prima dell’opera di ieri sera, Turandot, una rappresentanza dei teatri lirico-sinfonici italiani è salita sul palco, ed è stato letto un comunicato che, con fermezza e dignità, espone la situazione critica, chiedendo non pietà, ma comprensione e riconoscimento da parte del pubblico per quello che è un mestiere di grande complicatezza e fondamentale importanza, ovvero il fare cultura. La sala, che presenta una discreta percentuale di pubblico giovane, reagisce con trasporto, speriamo anche sul lungo periodo.

Turandot (pron.: Turandot, non Turandò), ambientata a Pechino in un anno x di un indeterminato passato, è la macabra storia di una principessa cinese che sottopone tutti i pretendenti alla sua mano a tre indovinelli. Se li risolvi vinci il matrimonio, se ne sbagli anche solo uno perdi la testa. Letteralmente. La principessa Turandot ha stabilito queste simpatiche regole per onorare la memoria di una sua ava, che molti anni prima è stata rapita, violentata e uccisa da un principe straniero che la voleva in moglie: “O Principi, che a lunghe carovane / d’ogni parte del mondo / qui venite a gettar la vostra sorte, / io vendico su voi, su voi / quella purezza, quel grido e quella morte! / Quel grido e quella morte! / Mai nessun, nessun m’avrà!” (Lo sentite? Lo sentite il mio delirio femminista decontestualizzato che arriva in lontananza?) Un bel giorno però arriva a Pechino un tale Calaf che si innamora di Turandot, risolve gli indovinelli e alla fine se la sposa. Nel pacchetto sono anche compresi: una decapitazione, un estremo-sacrificio-nel-nome-dell’-amore, un anziano padre che muore di crepacuore, un trio di inquietanti ministri della principessa che si barcamenano tra l’organizzazione di potenziali matrimoni ed effettivi funerali.

Tutto unito ad una musica che persino il più profano degli spettatori (hello, it’s me) riesce a percepire come geniale e immensa. Per la mia totale mancanza di competenze non mi permetto di giudicare le esecuzioni vocali del cast, ma credo di poter comunque dire che il coro, che è quello dell’Arena di Verona, riempie egregiamente il molto spazio che ha nella partitura e spicca, più dei solisti, merito anche della musica straordinaria. Andate ad ascoltarvi il coro Là sui monti dell’est, e piangetene tutti. Ma è stato inevitabile emozionarsi anche all’inizio del terzo atto, con il Nessun Dorma che è stato eseguito bene, benino, non lo so, ma io avevo la pelle d’oca. Fa sempre comunque una discreta impressione realizzare che 1) non ci sono microfoni, non c’è playback, quelle persone sul palco cantano così con il loro fiato, con i loro polmoni. E a me viene il fiatone a fare il ponte degli Scalzi. 2) Oltre a questo, sussiste una componente interpretativa che moltiplica la difficoltà del lavoro. I cantanti d’opera non solo cantano, ma anche recitano. Si muovono su un palco, fanno espressioni, e il modo stesso di dare fisicità a ciò che stanno cantando può cambiare esponenzialmente come il personaggio viene percepito dal pubblico. E devo dire che il cast di ieri sera ha saputo arricchire la rappresentazione di buonissime performance interpretative.

La completezza dello spettacolo operistico non è tale, però, se non si considerano anche scenografie e costumi. Filippo Tonon per la regia, le scene e le luci e Cristina Aceti per i costumi hanno contribuito a rendere ancor più spettacolare il tutto. Le atmosfere sono fredde e macabre (atto I: in scena dodici picche con teste mozzate, Game of Thrones fatti da parte), a volte lunari e più-che-crepuscolari. Come, per altro, è giusto che sia: Turandot è un’opera crudele, fondata sulla antichissima dicotomia eros-thanatos, e nell’allestimento proposto da Tonon il secondo elemento prevale decisamente sul primo. Gli elementi di colore sono pochi, le palette preponderanti sono quelle del grigio, del nero, dell’azzurro ghiaccio.  Non mancano elementi scenici dal sapore futurista, che si inseriscono perfettamente e non stridono, cooperando con quelli di aspetto più “tradizionale”. Gloriose le scene di insieme, in cui anche 30-40 individui si muovono sul palco perfettamente diretti (n.d.a.: seriamente, ma come fanno a non sbattersi addosso?).

E, nuovamente, assistendo al meraviglioso prodotto di un lavoro che deve essere mastodontico, mi mangio le mani e il fegato pensando a quanto e per quanto a lungo questo settore sia stato considerato una cassa comune da cui attingere indisturbatamente, o un parcheggio in cui piazzare il cugino del fratello, che è tanto bravo ma fa fatica a trovare lavoro, poverino. Mi avveleno il sangue a pensare alle centinaia di professionisti competenti e appassionati, dal primo tenore all’attrezzista, dal corpo di ballo al personale amministrativo, che vedono la terra crollar loro sotto i piedi. Mi sento vicina ai lavoratori in lotta, che altro non chiedono se non che venga finalmente riconosciuto quello che fanno. (Se siete interessati ad approfondire la questione, è stata fatta un’intervista a riguardo per Incontri Ravvicinati)

Ma grazie al bellissimo spettacolo a cui ho assistito, sono uscita comunque dal teatro con trasporto e soddisfazione, e urlando, per la gioia dei passanti, “all’alba vincerò”.

 

Martina

 

 

Martina

dicembre 23rd, 2016

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