0%

Le recensioni di Retropalco: “Macbeth”

Posted By: Martina On:


“Ma come? Ma ancora Shakespeare?”

Sì, ancora Shakespeare. Sempre Shakespeare. Tutti i giorni, più volte al giorno, possibilmente lontano dai pasti.

“Hai visto un Macbeth sei mesi fa.”

Ma cosa vuol dire, ma che osservazione è. Shakespeare è sempre Shakespeare e non è mai lo stesso Shakespeare. Ogni volta è come la prima volta, come quando ti innamori. Ma meglio. Molto meglio.

Macbeth è uno degli Shakespeare meno Shakespeare e più Shakespeare di tutti, contemporaneamente. Accanto alle quasi tre ore di disquisizione esistenziale fatte da quel famoso principe di Danimarca, c’è un nobile scozzese che si tormenta non sull’ essere o non essere, ma sul fare o non fare. È l’opera più corta del canone shakespeariano, ma è incredibilmente densa, rapida (per i tempi del Bardo, ecco), concreta e pratica. Ci sono il sangue (tanto, tantissimo), il complotto, la rivolta, il sovrannaturale, con tanto di apparizioni ectoplasmatiche e stregonerie varie. Mostra la distruzione dei taboo della società nobiliare medievale, il ribaltamento dei tradizionali ruoli matrimoniali, il tradimento dei più diversi legami interpersonali, la precipitazione velocissima del bene nel male, della lucidità nella pazzia.

Luca De Fusco dirige questa produzione del Teatro Stabile di Napoli e dichiara, già nella scheda tecnica dello spettacolo, che “il teatro si mescola con le installazioni video” e che “si potrà incrociare qualche citazione cinematografica ma anche riferimenti alla pittura surrealista.” Mhm. Ok.

Mettere in scena questo testo significa certamente  confrontarsi con numerose difficoltà, registiche e di interpretazione. In generale, fare Shakespeare significa muoversi in un territorio già esplorato da molti ma, come in altri casi, l’altro lato della medaglia è che qui il testo ti salva, male che vada. Tradotto, lo spettatore può in extrema ratio chiudere gli occhi e ascoltare. Cosa che, devo ammettere, nel mio caso si è verificata.

Metto le mani avanti: lo spettacolo è stato generalmente molto apprezzabile. Il cast è di alto livello, molto bravo specialmente Luca Lazzareschi che porta in scena un Macbeth molto più fragile e umano che epico e muscolare. Gaia Aprea fa una Lady Macbeth un po’ rigida e sibilante, stralunata ma comunque sensuale, che ricorda Polanski ma anche Kurzel.  Non le performance sono da discutere, ma alcune scelte di regia, forse. La scena iniziale è la celebre scena delle tre streghe, che in questo Macbeth sono interpretate da tre ballerine, molto brave, molto inquietanti, tutto molto giusto. L’ambiente potrebbe essere quello di una radura in una foresta, dico potrebbe perché non ci sono elementi scenici se non un uovo gigante (sì, sul serio) attorno a cui le streghe si muovono sinuosamente e una sorta di telo frangiato calato sul proscenio su cui sono proiettati rami di alberi. Molto The Blair Witch Project, ma senza i ragazzini terrorizzati, e funziona. Il telo “vedo non vedo” tornerà ripetutamente nel corso dello spettacolo, con un criterio che ancora non ho capito. Le altre scenografie trasportano la tragedia fuori da un definito tempo storico: ci sono pochi elementi squadrati e metallici, militari e futuristici allo stesso tempo e che bene fanno trasparire le angosciose atmosfere del testo.

Ma ecco, al primo monologo, sul fondo della scena si accende uno schermo che, fingendo di essere uno specchio, trasmette l’immagine verdastra di Lady Macbeth che recita. E la cosa si ripete, ostinatamente, all’arrivo di ogni soliloquio. Solo al “Tomorrow and tomorrow and tomorrow” viene risparmiato questo brutto espediente scenico sputato fuori dagli anni ’80-’90. Certamente la possibilità di creare un vero e proprio primo piano dell’attore recitante si deve a quell’influenza televisivo-cinematografica che il regista rivendica, ma l’effetto è piuttosto bizzarro e distraente. Come se la sola performance attoriale avesse bisogno di un sostegno per far capire inequivocabilmente al pubblico che “EHI! C’È UN MONOLOGO QUI! ORA!” Sì, lo sappiamo. Ce ne rendiamo conto. Smettetela di urlare. La commistione dei linguaggi è sottolineata anche da un uso molto cinematografico dell’ accompagnamento musicale, che si comporta da vera e propria colonna sonora, con tanto di “PAAA PAAA PAAAAAAM” all’ultimo calarsi del sipario. Il quale era stato anche preceduto da nientepopodimeno che un combattimento finale tra Macbeth e MacDuff fatto al rallentatore. Insomma, va bene la mescolanza dei linguaggi, ma forse c’è un limite a tutto.

Certo, il teatro si evolve, e rifiutarne il cambiamento pretendendo messe in scena a tutti i costi “tradizionali”  significherebbe negare il fatto che una forma d’arte è cosa viva, e in quanto tale destinata a mutare. Ma, a livello puramente teorico, se il teatro rinuncia ad alcune delle proprie caratteristiche definitorie per acquisire quelle appartenenti ad un altro (se non altri) medium, si può ancora definire veramente teatro? Ben venga l’ibridizzazione, ma in quale misura? È davvero questo l’unico modo per fare del teatro nuovo? Recitare indossando il microfono, e quindi potersi permettere dei giochi vocali non pensabili altrimenti, non è un po’ come barare?

Martina Ferrari

P.S.: Se vi interessa un’ introduzione generale al testo, qui c’è la puntata di Retropalco a riguardo.


Leave a Reply

Play Cover Track Title
Track Authors